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tradimenti

Moglie confessa, Marito punisce


di AleCas81
12.06.2026    |    501    |    0 9.0
"Perché se non lo amo allora cosa sto facendo? Cosa sto rovinando per cosa? Mi chiedi se continuerò a vederlo..."
Siamo nella nostra cucina.

È lunedì mattina.

Tu stai leggendo le email sul telefono mentre bevi il caffè.

Io preparo i tuoi documenti per la riunione.

Da quanto tempo non ci tocchiamo?

Non lo so esattamente.

Forse tre settimane.

Forse un mese.

È successo gradualmente.

Come tutto in un matrimonio di nove anni.

Mi chiedi se la cena aziendale di giovedì è obbligatoria.

Dico che preferirei non andarci.

Tu dici che sarebbe strano se non venissi.

Che le mogli vanno sempre.

Che è un'occasione importante per te.

Non discutiamo.

Sono stanca di discutere.

Annuisco e continuo a preparare il caffè.

LA CENA
Indosso il vestito nero.

Quello che non ami.

Ma che ti piace quando lo indosso per altre persone.

Ti vedo guardarlo quando usciamo.

Non dici niente.

In macchina rimaniamo in silenzio.

Tu pensi alla presentazione.

Io penso a quanto mi sento invisibile.

L'hotel è elegante.

Troppo elegante per essere comodo.

Mi siedo accanto a te al tavolo.

Dall'altro lato c'è Andrea.

Lo conosco da quando lavori lì.

O meglio: l'ho visto nelle foto delle cene aziendali.

Quarantun anni.

Divorziato da tre anni.

Sempre negli angoli delle foto.

Quella sera mi sorride.

Non in modo particolare.

Solo mi sorride.

Tu parli di numeri e strategie.

Io mangio e ascolto.

Andrea ascolta te ma guarda me.

Non è evidente.

Ma lo vedo.

Durante il vino bianco mi chiede se ti piace il tuo lavoro.

È una domanda banale.

Ma è la prima volta che mi parla direttamente.

Dico che sì, che sei bravo.

Che ami quello che fai.

Lui annuisce.

E dice: «Sei fortunato.»

Non capisco se intende che sei fortunato nel lavoro o in altro.

Probabilmente intendo quello che voglio intendere.

DOPO LA CENA

Quella notte a casa.

Tu sei stanco.

Mi dici che andresti a letto.

Io dico che mi piacerebbe guardare un film.

Tu sali.

Io rimango con un bicchiere di vino.

E il pensiero di Andrea che mi diceva che eri fortunato.

Mi addormento sul divano.

Quando mi sveglio sei già in ufficio.

LA SETTIMANA SUCCESSIVA

Ricevo un messaggio WhatsApp.

È Andrea.

Dice: «Ho dimenticato di ringraziarvi per la serata piacevole.»

È un messaggio neutro.

Rispondo educatamente.

«Grazie a te, è stato bello.»

Non risponde subito.

Risponde tre ore dopo.

«Mi piacerebbe se ci vedessimo per un caffè qualche volta. Mi sentirei meno solo in questa città.»

Non è una proposta inequivocabile.

È un'apertura.

Rimango a guardare il messaggio per cinque minuti.

Poi rispondo: «Mi piacerebbe.»

Tu non chiedi con chi parlo.

Sei distratto dal lavoro.

Quella settimana hai avuto una brutta presentazione.

Non vuoi parlarne.

IL CAFFÈ

Ci vediamo mercoledì pomeriggio.

In una caffetteria lontana da dove abitiamo.

Non è una pianificazione consapevole.

È solo cautela istintiva.

Mi racconta di sé.

Del divorzio che è stato complicato.

Della figlia che vede nei weekend.

Di come si sente intrappolato in un lavoro dove non ha amici.

Di come tu sia sempre stato distaccato con lui.

Io ascolto.

E per la prima volta in mesi

qualcuno mi sta davvero ascoltando.

Mi chiede di me.

Delle mie giornate.

Del mio lavoro che ho lasciato quando ci siamo sposati.

Mi chiede se me ne pento.

Dico la verità.

«Non so.»

Lui paga il caffè.

Mi dice che è stato bello.
IL MESSAGGIO
Quella notte

Andrea mi manda un messaggio.

«Grazie per questo pomeriggio. Mi sento meno solo.»

Rispondo.

«Anch'io mi sento meno sola.»

Non è ancora tradimento.

È solo verità.

Tu entri in camera mentre leggo il messaggio.

Mi chiedi con chi parlo.

Dico: «Un'amica.»

Tu non mi credi del tutto.

Ma non insisti.

LA CENA CON TE

Venerdì sera andiamo a cena.

Tu sei di buon umore.

Mi parli della riunione che è andata bene.

Mi tocchi il braccio quando ridiamo.

Mi sorridi come se ricordasse che esisto.

Mi sento in colpa per il caffè.

Mi sento in colpa per il messaggio.

Ma non basta a farmi smettere di pensare ad Andrea.

LA SECONDA VOLTA

La settimana dopo ci rivediamo.

Questa volta per cena.

Lui suggerisce l'hotel dove c'è un buon ristorante.

Sappiamo entrambi che non è una scusa.

Ma fingiamo che lo sia.

Mangiamo al ristorante.

Lui mi prende la mano sotto il tavolo.

Io non la ritiro.

Quando finiamo dice: «Potremmo andare in camera per un momento? Ho una buona bottiglia che vorrei aprire.»

Salgo.

Sapendo perfettamente cosa significhi.

Consapevole che sto attraversando una linea.

E che voglio attraversarla.

La camera è anonima.

Troppo pulita.

Troppo impersonale.

Mi bacia.

Non è appassionato come nei film.

È timido.

Come se non fosse sicuro se volessi davvero.

Me ne accorgo e lo guido io.

Gli dico di baciarmi.

Gli dico dove toccarmi.

Il sesso è veloce.

Forse quattro minuti.

Lui si scusa subito.

Dice che non ci stava pensando.

Resto seduta sul letto nuda.

Lui fa la doccia.

Quando torna mi chiede se sto bene.

Dico di sì.

Lui dice che non dovrebbe accadere di nuovo.

Che sei una brava persona.

Che si sente in colpa.

Io annuisco.

Ma sappiamo entrambi che accadrà di nuovo.

GIORNI SUCCESSIVI

I giorni successivi sono strani.

Tu continui la tua vita normalmente.

Io ho paura costante di essere scoperta.

Controllo il telefono centinaia di volte.

Cancello i messaggi di Andrea.

Uso Telegram quando posso.

Lui mi scrive: «Non riesco a smettere di pensare a te.»

Io non rispondo subito.

Perché non voglio sentirmi coinvolta.

Ma poi rispondo comunque.

Accade di nuovo.

Martedì sera in una camera diversa.

Lui questa volta dura di più.

Mi chiede se mi piace.

Voglio dirgli che mi sento colpevole.

Ma invece dico: «Sì.»

L'ANSIA

La settimana seguente.

Durante il pranzo con te.

Entra Andrea nella stessa sala mensa.

Mi vede.

Tu non vedi che mi vede.

Ma io vedo che lui mi vede.

Mi sorride.

È il sorriso più pericoloso del mondo.

Perché è il sorriso di un uomo che conosce il mio corpo.

Che sa come vengo.

Tu non noti niente.

Ma io sento il peso di quello sguardo.

Mi fa paura.

Mi eccita.

Mi disgusta.

Quella notte chiedo al mio corpo di desiderare te.

Tu sei stanco.

Dormi presto.

Rimango sveglia.

Pensando a quando è iniziato tutto a crollare.

LA CONFESSIONE

Siamo nella nostra cucina.

È mercoledì sera.

Ho deciso che non posso più vivere così.

Tu finisci di lavare i piatti.

Appoggi il piatto.

E io comincio.

Non so nemmeno come dirlo.

Comincio piano: «C'è qualcosa che devo dirti.»

Non dico il nome subito.

Parlo di come ci siamo visti.

Come ci siamo scritti.

Come una volta è diventato più volte.

Tu mi interrompi.

Mi chiedi il nome.

Resto in silenzio per un momento.

E poi lo dico.

Andrea.

Vedo che il tuo viso cambia.

Non di rabbia inizialmente.

Di riconoscimento.

Dici il suo cognome.

Io annuisco.

Rimani molto fermo.

Poi mi chiedi: «Quante volte?»

Dico: «Tre.»

Penso che sia una bugia accettabile.

Sono state quattro.

Mi chiedi se sapeva che siamo sposati.

Dico che sì.

Mi chiedi se gli importava.

Non rispondo.

Quella non-risposta è la risposta che cerchi.

Mi chiedi se lui fosse meglio.

Non riesco a guardarti.

Dico: «Era diverso.»

Mi chiedi cosa intendo.

Non riesco a dirti che eri assente.

Che lui almeno mi ascoltava.

Che lui mi guardava veramente.

Non solo come moglie.

Non come la donna che un giorno ha detto «sì» all'altare.

Mi chiedi se lo amo.

Dico la verità: «No.»

Quella parola è pesante.

Perché se non lo amo allora cosa sto facendo?

Cosa sto rovinando per cosa?

Mi chiedi se continuerò a vederlo.

Resto in silenzio.

Dico: «Non lo so.»

Ti alzi lentamente.

Non dici niente.

Vai di sopra.
Rimango sola in cucina.

E per la prima volta

mi chiedo se dovevo dirtelo.

QUELLA NOTTE

Non dormi nella camera degli ospiti.

Dormi nella nostra camera.

Ma mi giri le spalle.

Non parli.

Non mi guardi.

È peggio di qualsiasi grido.

La mattina dopo

sei già via quando mi sveglio.

Lasci una nota sulla scrivania della cucina.

«Torno stasera. Abbiamo bisogno di parlare.»

Quella parola.

«Bisogno.»

Mi terrifica.
Passo la giornata in ansia totale.

Controllo il telefono ogni due minuti.

Andrea non ha scritto.

Non so se è meglio o peggio.
Quando torni

entri in casa senza guardarmi.

Mi chiedi se i bambini sono già a letto.

Dico di sì.

Mi dici di sedermi.

IL GIORNO DOPO

Siamo in camera.

È giovedì sera.

Tu mi guardi per la prima volta da quando ho confessato.

Mi chiedi di raccontare.

Ma questa volta vuoi tutto.

Ogni dettaglio.

Ogni sensazione.

Mi siedo sul letto.

Tu rimani in piedi.

Come se non potessi stare vicino a me.
Comincio a parlare.

Ti racconto della prima volta.

Di come eravamo al ristorante.

Di come mi ha preso la mano sotto il tavolo.
Ti racconto della camera dell'hotel.

Di come mi ha baciata.

Di come aveva paura.
Mentre parlo

vedo che le tue mani si stringono.

Vedo che respiri diversamente.
Mi chiedi di essere più specifica.

«Cosa indossavi?»

Dico: «Il vestito blu. Quello che a te non piace.»
Ti vedo stringere i denti.
Continuo.

Ti racconto di come mi ha toccata.

Di come mi ha spogliata lentamente.

Ti racconto che non mi guardava negli occhi.

Che guardava il mio corpo come se fosse la cosa più bella che avesse mai visto.

Che nessuno mi guarda così da anni.

Mi chiedi: «Ti è piaciuto?»

La domanda è diretta.

È quello che vuoi veramente sapere.

Resto in silenzio.

Tu ripeti: «Ti è piaciuto?»

Dico: «Sì.»

La parola esce come un sussurro.

Ma suona come un grido.

Mi chiedi come.

Ti racconto del modo in cui mi ha afferrata.

Come mi ha spogliata lentamente.

Come la prima volta è stata veloce.

Come la seconda volta ho avuto tempo di sentire davvero.

Ti alzi dal letto.

Vedo qualcosa cambiare nel tuo viso.

Una rabbia che non avevo mai visto prima.

Una rabbia che ti deforma i lineamenti.

Che ti fa stringere le mascelle.

Non dici niente.

Mi afferri per i capelli.

Molto violentemente.

Non come un gioco.

Come possesso puro.

Sobbalzo.

Non per il dolore.

Per la sorpresa.

Non avevi mai fatto così.

In nove anni di matrimonio non avevi mai afferrato i miei capelli.

Mi tiri verso di te.

Verso la tua erezione.

Mi spingi giù.

Capisco quello che vuoi.

E non ho il tempo di protestare.

Mi infili il cazzo in bocca.

Profondamente.

Senza darmi tempo di adattarmi.

Senza delicatezza.

Le lacrime scappano dai miei occhi.

Non so se di paura o di eccitazione.

Mi tieni per i capelli.

Mi muovi la testa come se fossi un oggetto.

Come se fossi qualcosa da usare.

Non qualcuno da amare.
E la cosa terribile

è che mi eccita.

Mi eccita vederti così arrabbiato.

Mi eccita sentire questa versione di te.

Questa versione primitiva e furiosa.

Tiri più forte.

Cerco di respirare dal naso.

Le tue dita mi stringono il cuoio capelluto.

Dopo un po' mi togli dalla bocca.

Mi guardi negli occhi.

Vedo la rabbia che brucia in te.

Vedo il disprezzo.

Vedo il desiderio.

Mi tiri su.

Mi sposti sul letto.

Mi metti a quattro zampe.

Non è una richiesta.

Mi posizioni così con la forza.

Mi abbassi la biancheria intima.

Mi tocchi la figa con due dita.

Mi allarghi.

Provo a prepararmi.

Ma non ti importa nemmeno.

Mi entri dentro brutalmente.

Senza lubrificante.

Senza preliminari.

Senza pietà.

Urlo.

Il dolore si mescola con il piacere.

Non riesco a distinguere dove finisce uno e inizia l'altro.

Mi prendi per i capelli di nuovo.

Mi tiri indietro.

Mi forzi a stare con la schiena arcuata.

Mentre mi scopi.

I colpi sono forti.

Troppo forti.

Come se stessi cercando di cancellarmi.

Di eliminarmi.

Di punirmi.

Mi metti di nuovo faccia in giù.

Contro il letto.

Contro il cuscino.

Mi schiacci giù con la tua mano sulla nuca.

Non mi lasci respirare completamente.

Mi soffochi mentre mi penetri.

E io,

miserabilmente,

vengo.

Vengo mentre mi tratti così violentemente.

Mentre ti sento così arrabbiato.

Mentre sento il tuo disprezzo.

Le mie unghie straziano le lenzuola.

Apro la bocca per gridare.

Ma il tuo peso mi schiaccia.

Continui.

Non ti fermi.

Come se avessi bisogno di fare del male.

Come se avessi bisogno di ricordarmi di chi sono.

Di cosa hai perso.

Di cosa potresti perdere.

Mi senti venire.

Mi senti contrarmi intorno a te.

E forse questo ti soddisfa.

Forse questo è quello che volevi.

Sapere che nonostante tutto

il mio corpo è ancora tuo.

Alla fine vieni.

Con un grido che non è tenerezza.

È rabbia pura.

Rimani dentro di me.

Pesante.

Arrabbiato.

Il respiro affannoso contro la mia nuca.

Mi mordi.

Non leggermente.

Mi mordi come se volessi lasciare un segno.

Come se volessi marchiarmi.

Rimaniamo così.

Entrambi ansimanti.

Entrambi scossi.
Quando ti togli,

mi lascio cadere sul letto.

Non posso guardare.

Non posso parlare.

Tu rimani seduto.

Mi guardi.

E vedo qualcosa di nuovo nel tuo sguardo.

Una domanda.

Una consapevolezza.

Mi chiedi: «Ti è piaciuto?»

Resto in silenzio.

Sai la risposta.

Vedi come il mio corpo trema ancora.

Vedi come respiro ancora pesantemente.

Dici soltanto: «Non posso fare niente di più per te.»

Esci dalla camera.

Scendi le scale.

E io rimango qui.

Sulla biancheria spiegazzata.

Con i segni dei tuoi denti sulla mia spalla.

Con i lividi che cominciano a formarsi sulla mia pelle.

Con la consapevolezza che ti ho perso.

Che il nostro matrimonio è finito stasera.
Ma che nonostante tutto

mi sento più viva di quanto mi sia sentita negli ultimi anni.

DOPO

Non torni a letto.

Dormi sul divano.

O forse non dormi affatto.
La mattina dopo

non mi tocchi.

Non mi parli.

Ma vedo i tuoi occhi sul mio corpo.

Sui lividi che ho.
Vedo il rimorso.

Vedo la rabbia ancora lì.

Mescolata con altre cose che non riesco a nominare.

LA SETTIMANA DOPO

Tu parli con Andrea in ufficio.

Mi dici di cosa avete parlato.

Che gli hai fatto capire che dovrebbe cercarsi un altro lavoro.

Che se lo rivedi ancora

finirai il nostro matrimonio.
Andrea sparisce.

Dalla mia vita.

Dai tuoi radar.

Dalle mie giornate.
Ma non dai miei pensieri.

FINE

Rimaniamo insieme.

Tecnicamente.

Ma il nostro matrimonio è diventato qualcosa di diverso.

È diventato un accordo non detto.

Tu mi possiedi brutalmente per dimenticare.

Io permetto che accada per sentirmi viva.
Dormi di fianco a me adesso.

Ma è un sonno irrequieto.

Pieno di incubi che non mi racconti.
E io rimango sveglia.

Toccandomi i lividi.

Ricordandomi di quella notte.

Di quando finalmente mi hai vista.

Anche se era troppo tardi.
Non so se questo è amore.

O se è solo il modo in cui due persone ferite cercano di farsi del male

senza partire.
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